Tuo figlio non vuole più i tuoi abbracci e ti senti rifiutata: una psicoterapeuta rivela il segreto per riconquistare la connessione

Quel nodo allo stomaco quando tuo figlio si ritrae dal tuo abbraccio. Il senso di vuoto quando chiudi la porta della sua cameretta e lo senti giocare felicemente, senza aver bisogno di te. Sono sensazioni che molte madri conoscono bene, ma di cui si parla raramente, quasi fosse un tabù ammettere questo dolore. Eppure, quello che stai vivendo ha un nome preciso nella psicologia dello sviluppo: è il processo di individuazione, e capirlo davvero può trasformare la tua sofferenza in una nuova forma di relazione con i tuoi bambini.

La psicologa Margaret Mahler ha descritto questo fenomeno già negli anni Settanta, definendolo separazione-individuazione: un passaggio evolutivo necessario che inizia sorprendentemente presto, già intorno ai 18-24 mesi, e si ripresenta ciclicamente durante l’infanzia. Il bambino che respinge il tuo abbraccio non sta rifiutando te, sta affermando se stesso. Una distinzione sottile ma fondamentale per non personalizzare comportamenti che appartengono alla crescita, non alla relazione.

Quello che molte fonti superficiali non dicono è che questa fase colpisce duramente proprio le madri più presenti e attente. Se hai investito anni in un accudimento responsivo, se hai costruito un attaccamento sicuro, è naturale sentire questo distacco come una perdita. Il paradosso è che stai pagando il prezzo del tuo successo: un bambino che si sente sicuro è un bambino che può allontanarsi.

I segnali che stai interpretando male e perché

Analizziamo cosa succede davvero quando tuo figlio preferisce giocare da solo. La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che il gioco solitario non è affatto un segnale di disagio relazionale, ma una palestra cognitiva fondamentale. Durante questi momenti, il cervello del bambino sta letteralmente costruendo nuove connessioni neurali, elaborando esperienze, sviluppando creatività autonoma.

Il rifiuto degli abbracci spesso coincide con fasi di sviluppo sensomotorio intenso: il bambino sta esplorando i confini del proprio corpo e ha bisogno di sentirlo suo. L’allontanamento nelle routine quotidiane può indicare il desiderio di padronanza: voglio vestirmi da solo significa sto costruendo competenza, non non mi piaci più. La preferenza per il gioco solitario è spesso temporanea e alternata: i bambini oscillano tra autonomia e ricerca di vicinanza, non seguono una linea retta.

La ferita narcisistica della maternità di cui nessuno parla

Lo psicoanalista Donald Winnicott parlava di madre sufficientemente buona, ma raramente si discute del prezzo emotivo che le madri pagano nel diventare progressivamente meno necessarie. La società celebra la simbiosi madre-neonato, ma resta silenziosa sulla fatica di attraversare il lutto della fusione. Perché di lutto si tratta, con le sue fasi di negazione, rabbia, contrattazione e, auspicabilmente, accettazione.

Riconoscere questo dolore non è debolezza, è onestà emotiva. Il problema non è sentire la mancanza di quella vicinanza, ma cosa fai con questo sentimento. Alcune madri reagiscono intensificando involontariamente il controllo, altre si ritirano in un distacco difensivo, altre ancora cadono in una tristezza che i figli percepiscono e che li confonde.

Come trasformare il distacco in connessione evoluta

La psicoterapeuta Isabelle Filliozat suggerisce un approccio rivoluzionario: invece di cercare di recuperare la vicinanza perduta, costruirne una nuova, adeguata all’età. Questo significa smettere di proporre abbracci che vengono rifiutati e iniziare a cercare i nuovi linguaggi di connessione che tuo figlio sta sviluppando.

Per un bambino di quattro anni, la connessione potrebbe passare attraverso il gioco parallelo: tu leggi vicino a lui mentre costruisce, senza intervenire. Per un bambino di sei anni, potrebbe essere ascoltare le sue elaborate spiegazioni sui dinosauri senza correggere o aggiungere informazioni. La chiave è seguire il ritmo del bambino invece di imporre il proprio bisogno di vicinanza.

Strategie concrete per questo passaggio difficile

  • Crea rituali di connessione prevedibili ma brevi: dieci minuti di lettura serale hanno più valore di un’ora di inseguimento emotivo durante il giorno
  • Verbalizza senza pressione: se ti va un abbraccio, sono qui rispetta l’autonomia e mantiene l’offerta di vicinanza
  • Investi in momenti speciali uno-a-uno, anche solo quindici minuti dove il bambino sceglie l’attività, secondo l’approccio del tempo speciale derivato dalla Theraplay
  • Osserva quando tuo figlio cerca spontaneamente vicinanza: spesso accade in momenti inaspettati, prima di dormire o dopo un piccolo spavento

Il lavoro interiore che nessuna app ti suggerirà

La vera trasformazione richiede un percorso personale. Chiediti: quanto della tua identità è costruita sull’essere necessaria? Quali parti di te hai trascurato durante i primi anni di maternità intensiva? La crescente indipendenza dei tuoi figli può essere l’occasione per riscoprire interessi, relazioni, progetti che avevi messo in pausa.

Qual è il momento più difficile dell'individuazione di tuo figlio?
Quando rifiuta i miei abbracci
Quando gioca felice senza di me
Quando preferisce fare tutto da solo
Quando non sono più indispensabile
Quando cerca vicinanza solo a momenti

Non si tratta di riempire un vuoto con distrazioni, ma di capire che una madre con una vita ricca e significativa è paradossalmente più attraente per i figli. I bambini percepiscono quando un genitore dipende emotivamente da loro, e questo peso può aumentare, non ridurre, il distacco.

Ogni fase della genitorialità richiede un lasciar andare. Prima il corpo condiviso della gravidanza, poi l’allattamento, poi la simbiosi dei primi mesi. Questa è solo l’ultima di molte morti simboliche che una madre attraversa. Ma ogni lasciar andare crea spazio per qualcosa di nuovo: non più una fusione, ma un incontro tra persone distinte che scelgono di amarsi, non perché necessario, ma perché bello. E questa, forse, è una forma di amore ancora più profonda.

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